Al mio Angelo Custode

al mio angelo custode 01Questa è una lettera di ringraziamento indirizzata a un paziente, attento, fantastico angelo custode: il mio.
Mi conosce dalla nascita, naturalmente, e l’ho messo alla prova in tante parti del mondo, ma non si aspettava proprio l’avventura nella quale siamo rimasti coinvolti a Luanda il 13 febbraio del 2013. 13.2.13, per i numerologi.
Ancora lo vedo sbuffare, e farsi vento con qualche colpo d’ala, ai piedi del mio letto in sala rianimazione alla Clinica Sagrada Esperança.
Perché penso che gli angeli custodi finiscano per assomigliare, dopo tanti anni, ai loro protetti e, quando questi raggiungano l’età della pensione, si aspettino una vita tranquilla. Tutto bene proteggerli da un colpo della strega durante una partita a bocce, ma deviare pallottole calibro 9, tenere fermo il vetro di una portiera perché non ceda al calcio di una pistola e bloccarmi contro il sedile perché non ho la cintura di sicurezza e gli airbag si stanno aprendo per uno scontro frontale… beh: è proprio un’esagerazione.
Giudicate voi.
Alle tre del pomeriggio, nel pieno centro di Luanda, sotto un sole sfavillante a oltre 30°, davanti alla sede della banca BPC, faccia all’oceano e alla nuova, bellissima passeggiata a mare, entro in macchina.
Ho fretta: di lì a un’ora e mezza devo essere in aeroporto per prendere il volo per Amsterdam e Roma, ma ho ancora tante cose da fare. Anche ritirare il bagaglio dall’altra parte della città.
Entro in macchina e deposito la borsa, con i soldi prelevati dalla banca, ai piedi del sedile del passeggero, in un sussulto di prudenza: la cintura e la sicura alle porte le metterò nei prossimi metri, per guadagnare tempo.
Sono nella strada 4 de Fevereiro e devo girare a destra nella Rua Direita, a un isolato di distanza: venti, trenta metri il massimo.
Controllo il traffico per evitare qualche kamikaze in moto, ma sono tranquillo. Dopo sei anni in Angola, a lavorare, spingere e promuovere la mia Fondazione Angola ONLUS (www.angolaonlus.org), la prima e unica a occuparsi delle malattie dei denti in questo paese, malattie per le quali qui ancora si muore, mi sento angolano nello spirito, oltre che nei documenti che mi qualificano residente.
Entro in Rua Direita e una moto mi fiancheggia sulla destra, con due persone a bordo, senza casco. È contro il codice della strada, ma tranquillizzante: fossero delinquenti, l’avrebbero messo.
All’improvviso, la stessa moto ha un solo passeggero a bordo e mi taglia la strada da sinistra.
Freno imprecando “Ma che … sta facendo questo qui?” e la portiera lato passeggero si spalanca: una mano, un braccio, una spalla coperta da una camicia azzurra si tuffano sulla borsa, afferrando uno dei manici.
Lascio il volante e mi tuffo anch’io, di traverso sul sedile, per afferrare l’altro manico. La destra del ladro abbandona la borsa, ma, un attimo dopo, già impugna una pistola e la sinistra fa scorrere il carrello per mettere il proiettile in canna.
A sportello aperto, io sdraiato sul sedile, lui in piedi a fianco della macchina, il braccio proteso all’interno, la canna della pistola è a cinquanta centimetri dal mio petto.
Premo sul pedale dell’acceleratore e comincio a rialzarmi mentre la macchina scatta in avanti. Sento un flop: l’arma ha il silenziatore. La portiera controvento si chiude e la blocco con la sicura.
Passo la mano sul fianco destro e la ritiro sporca di sangue: il mio. Non ho sentito dolore e per un istante mi sono illuso di essere stato mancato: un’illusione. Il sangue è sulle dita. Non si riesce a mancare il petto di qualcuno fermo a cinquanta centimetri quando si spara al cuore.
Giro di nuovo a destra verso il lungomare e la salvezza. Davanti a una pistola, non si discute: si scappa.
Se si può.
Il traffico si richiude intorno alla mia macchina e la blocca: sono a venti metri dalla banca e a cento dal lungomare.
Un colpo fortissimo al finestrino lato passeggero mi fa girare verso quella portiera: il ladro di prima mi ha raggiunto e sta tentando di romperlo con il calcio della pistola.
Il vetro resiste e il rapinatore spara due volte contro la macchina e la serratura della portiera: non cedono.
Suono il clacson all’impazzata e mi creo spazio andando a battere contro le macchine che mi circondano: in avanti, tampono la macchina che mi precede; in retromarcia, colpisco quella dietro di me. Ripeto la manovra più volte: me l’hanno insegnata in Brasile.
Le macchine che mi precedono liberano la strada e le prime della colonna superano il semaforo rosso, aprendomi una via di fuga.
Imbocco il viale a mare, verso l’Ilha de Luanda e un ospedale: percorro due, tre chilometri, svengo e vado a sbattere contro un palo dell’illuminazione
Rinvengo con gli airbag aperti e schegge di vetro dappertutto: il palo si è abbattuto sulla macchina e l’ha distrutta.
Sono vivo.
Il resto, ambulanza, lastre, rianimazione, degenza è routine e sento il mio angelo custode tirare profondi sospiri di sollievo.
Con tutti i chili che io peso e le sue ali, ingombranti dentro l’abitacolo, ha dovuto fare una fatica pazzesca per tirarmi su dal sedile del passeggero e far sì che il proiettile, indirizzato al cuore, passasse fra braccio e avambraccio, nella piega del gomito, entrasse nel torace a lato della mammella destra e scendesse angolato verso la schiena, fermandosi dall’altra parte, sul fianco sinistro, sopra il diaframma. Senza colpire aorta, vena cava, fegato, colonna vertebrale, intestino e tutto il resto che abbiamo da quelle parti. Non una traiettoria, ma uno slalom da discesa libera.
“È stato un miracolo” lo dicono tutti, quando lo racconto, ma un conto è assistere a un miracolo, un conto viverlo da protagonista.
So chi ringraziare e, per deferenza, gli parlo solo in latino: “Ilumina, custodi, rege et guberna”.

Luigi Omiccioli